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UNA PICCOLA SCHEDA
Una recita straodinaria,
la favola di Guareschi dal campo di concentramento
Dopo aver messo in scena, alcuni anni fa, quella “Favola di Natale” che Giovannino Guareschi riuscì a comporre e mettere in scena assieme ai suoi compagni di sventura nel dicembre 1944, la nostra Compagnia torna alle pagine che lo scrittore compose quotidianamente dal 1943 al 1945, nel periodo di prigionia che l’autore condivise con circa 700.000 soldati e ufficiali dell’Esercito italiano che avevano scelto di non combattere o lavorare volontariamente per gli occupanti nazisti.
Guareschi utilizzò la sua passione per la scrittura come antidoto alle sofferenze, alle malattie, alla nostalgia per la vita civile e per l’affetto dei propri cari: “Non muoio neanche se mi ammazzano”, affermava con la sua testardaggine di uomo della Bassa.
Nello spettacolo il Fulèsta, il narratore della tradizione emiliano-romagnola, abbandona il campo delle favole, storie e leggende e si inoltra, accompagnato dalle musiche popolari di Stefano Zuffi, nelle pagine di un diario intimo e clandestino, scritto con enormi difficoltà su pezzi di carta o stoffa racimolati e conservati come un tesoro dallo scrittore e poi condivisi quotidianamente con i propri compagni.
A far compagnia allo scrittore intervengono, con una magica incursione, Don Camillo e Peppone, che avendo preso vita nell’immediato secondo dopoguerra, non hanno mai conosciuto le traversie del loro autore, taciute per pudore e affetto nei confronti di questi due personaggi tanto cari, figli della sua potente immaginazione. E’ dalle loro domande, di ingenue teste di legno, che si sviluppa la trama dello spettacolo, attraverso il doloroso elenco delle deportazioni, delle tragedie personali e collettive, ma anche della rinascita finale.
“Non abbiamo vissuto come bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire.






